I cavatori di Favignana si chiamavano pirriaturi, dal siciliano pirrera, la cava. Lavoravano a mano, con picconi e seghe, seguendo il ritmo della pietra: prima si tagliava il perimetro del blocco, poi lo si staccava dal banco di roccia, infine lo si issava in superficie. Un lavoro durissimo, tramandato di padre in figlio, che richiedeva anni per essere imparato.
Tra Ottocento e Novecento il tufo di Favignana divenne un'industria: i blocchi partivano dal porto verso Trapani, Palermo e soprattutto verso la Tunisia e la Libia, dove la pietra delle Egadi costruì interi quartieri. Le cave scesero sempre più in profondità, creando il paesaggio lunare che oggi si ammira a Cala Rossa e a Bue Marino.
Poi, nel dopoguerra, il cemento rese il tufo non più competitivo e le cave chiusero una dopo l'altra. Ma i favignanesi fecero qualcosa di inaspettato: invece di abbandonare quei vuoti, li abitarono. Nelle cave dismesse, riparate dal vento e con un microclima più umido, nacquero i giardini ipogei: agrumeti, orti e frutteti piantati sotto il livello del suolo, tra pareti di pietra dorata.